Capire come stanno davvero le cose, in Italia, quando si parla di famiglie con genitorɜ dello stesso sesso non è così immediato. Tra leggi, definizioni e differenze spesso poco chiare, è facile perdersi. Per orientarsi, è utile partire da due concetti chiave: matrimonio egualitario e unioni civili, mettendo a fuoco cosa li accomuna, cosa li distingue e come si inseriscono nel contesto italiano.
Già riconosciuto in molti Paesi europei, il matrimonio egualitario è, a tutti gli effetti, il matrimonio tra persone dello stesso sesso. I primi al mondo a introdurlo sono stati i Paesi Bassi: dal 2001 la loro legge garantisce alle coppie eterosessuali e omosessuali gli stessi diritti, incluso quello di adozione.1
Nei venticinque anni successivi, diversi Paesi hanno seguito questa strada (Francia, Germania, Regno Unito e Spagna in Europa, ma anche Stati Uniti, Canada e Australia a livello globale), compiendo passi importanti verso un pieno riconoscimento dei diritti. In questa direzione si inserisce anche la dichiarazione della Corte di giustizia dell’UE, che richiede agli Stati membri di riconoscere un matrimonio tra persone dello stesso sesso tra due cittadinɜ dell’Unione che sia stato legalmente contratto in un altro Stato membro.2
E in Italia? Qui la situazione è diversa. A oggi, il matrimonio egualitario non è previsto dalla legge. Dal 2016, però, le coppie dello stesso sesso possono unirsi civilmente grazie alla legge 76/16 (legge Cirinnà). L’unione civile è definita come “costituita da due persone maggiorenni dello stesso sesso mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni”.
Ma, concretamente, cosa cambia rispetto al matrimonio?
In molti casi, le norme che riguardano il matrimonio si applicano anche alle unioni civili: questo vale per leggi, regolamenti, atti amministrativi e contratti collettivi. Tuttavia, non tutto coincide. Restano escluse alcune norme del codice civile e, soprattutto, quelle in materia di adozione.3
Le unioni civili hanno quindi rappresentato un passo fondamentale nel riconoscimento di diritti e doveri per le coppie dello stesso sesso, ma non coincidono con il matrimonio egualitario. Anche la Costituzione italiana segna una distinzione: l’articolo 29 afferma che la “famiglia è fondata sul matrimonio”4, mentre le unioni civili trovano il loro riferimento nell’articolo 2, che parla di “formazioni sociali entro le quali l’individuo sviluppa la sua personalità”.5 In altre parole, dal punto di vista costituzionale, le unioni civili non rientrano nella definizione di “famiglia”.
Oltre agli aspetti formali, esistono differenze anche nella pratica. Come evidenzia l’avvocata Patrizia Fiore, il matrimonio prevede l’obbligo reciproco di fedeltà, crea legami di affinità con lɜ parenti dellə coniuge (come suocerɜ e cognatɜ) e, per essere sciolto, richiede prima una separazione e poi il divorzio. Questi elementi non si applicano alle unioni civili.
Tra le differenze più rilevanti c’è poi il tema della genitorialità. È proprio da qui che si apre il discorso sull’omogenitorialità.
Con questo termine, introdotto alla fine degli anni Novanta, si indicano diverse realtà familiari in cui almeno unə genitorə ha un orientamento sessuale non eterosessuale.6
Ma come si forma, in concreto, una famiglia omogenitoriale? Secondo l’Istituto A.T. Beck, le principali modalità sono quattro: inseminazione intrauterina, fecondazione in vitro con trasferimento embrionale, ovodonazione e gestazione per altrɜ.7
In Italia, però, il quadro è restrittivo: “ad oggi, in Italia, la pratica della gestazione per altri è illegale sia per le persone eterosessuali che per le persone gay, lesbiche e bisessuali. Sono, invece, consentite sia la fecondazione assistita omologa che eterologa, ma soltanto a coppie eterosessuali. Resta il divieto per le coppie omosessuali o per le donne single”.8
Per questo motivo, molte coppie dello stesso sesso si rivolgono all’estero. Una scelta che comporta spesso “complesse conseguenze legali riguardanti il riconoscimento del figlio da parte del genitore non biologico e ingenti spese per i viaggi e le terapie necessarie”.9
A queste possibilità si aggiunge l’adozione. Tuttavia, come ricorda l’avvocata Fiore, questa opzione non è disciplinata in modo esplicito e uniforme dalla legge italiana. È invece possibile l’adozione del figlio biologico dellə partner.10
Da questo quadro emerge chiaramente che il pieno riconoscimento dei diritti tra coppie eterosessuali e coppie dello stesso sesso è ancora lontano. Allo stesso tempo, però, i cambiamenti sono già in corso.
Un primo dato incoraggiante arriva dall’Istituto A.T. Beck: una ricerca del 2006, promossa con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità, stimava che il 18% degli uomini gay e il 21% delle donne lesbiche sopra i 40 anni fossero genitorɜ, per un totale di oltre 100.000 bambinɜ coinvoltɜ. Si trattava già allora di una stima prudente e, a distanza di anni, è probabile che i numeri siano cresciuti.11
Anche l’associazione “Famiglie Arcobaleno”, fondata nel 2005, offre uno spaccato significativo: nel 2010 contava 140 tra bambinɜ figliɜ dellɜ iscrittɜ, diventatɜ 560 nel 2016. Un aumento che riflette una crescita costante di queste realtà familiari.12
Parallelamente, la ricerca scientifica contribuisce a smontare stereotipi ancora diffusi. L’Associazione italiana di Psicologia sottolinea che il benessere psico-sociale all’interno delle famiglie dipende dalla qualità delle relazioni e delle dinamiche interne, non dal genere o dal numero dellɜ genitorɜ. Ciò che conta davvero è “la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano”.13
In conclusione, nonostante limiti normativi ancora evidenti, il contesto italiano mostra segnali sempre più concreti verso un maggiore riconoscimento delle famiglie con genitorɜ dello stesso sesso. Le unioni civili hanno rappresentato un passaggio fondamentale, contribuendo a rendere queste realtà più visibili e tutelate.
Allo stesso tempo, l’evoluzione culturale e sociale, sostenuta da studi e testimonianze, sta contribuendo a superare stereotipi e resistenze ancora diffuse, aprendo la strada a un riconoscimento sempre più ampio dei diritti delle famiglie omogenitoriali. Le esperienze quotidiane mostrano come queste famiglie siano già parte integrante della società, pienamente capaci di offrire contesti affettivi ed educativi solidi.
L’aumento del loro numero e la crescente visibilità rendono sempre più evidente una realtà che chiede di essere riconosciuta non solo sul piano sociale, ma anche su quello giuridico. In questo scenario, i progressi compiuti rappresentano una base importante, ma anche un invito a proseguire verso un sistema realmente inclusivo, in cui tuttɜ possano godere degli stessi diritti e delle stesse tutele, senza distinzioni.
Hai domande e/o esperienze che vorresti condividere sul tema delle famiglie e dell’omogenitorialità? Scrivici nella sezione commenti.