Emanuela Murgia e Federica Fontana: una famiglia riconosciuta anche dopo la morte

Emanuela Murgia e Federica Fontana si sono conosciute all’Università di Trieste e, dopo dieci anni insieme, hanno scelto di costruire una famiglia. Ricorrendo alla procreazione medicalmente assistita in Spagna, nel 2017 è nata la loro prima figlia e, nel 2021, la seconda.

Per entrambe le bambine, Federica era la madre intenzionale, ma in Italia la legge riconosceva come genitore soltanto Emanuela. Nel 2017, inoltre, a Trieste non esisteva alcuna forma di riconoscimento per i figli delle coppie lesbiche e il modulo per la fecondazione assistita firmato in Spagna non prevedeva nemmeno il consenso della madre intenzionale. Nel 2021 Federica ha potuto firmare il consenso, ma questo non ha comunque prodotto effetti sul piano giuridico.

La famiglia ha continuato a vivere la propria quotidianità senza particolari difficoltà, fino a quando Federica si è ammalata. Le due donne hanno scelto di unirsi civilmente, nella speranza di ottenere maggiori tutele, ma l’unione civile non riconosceva automaticamente la genitorialità di Federica nei confronti delle figlie.

La situazione è diventata drammaticamente concreta con la morte di Federica, scomparsa a 61 anni. Emanuela si è trovata a crescere da sola le due bambine e ha scoperto che, non essendo legalmente riconosciute come figlie di Federica, erano escluse da importanti diritti e tutele, tra cui la pensione di reversibilità e le borse di studio riservate agli orfani. Emanuela ha quindi intrapreso una battaglia legale per ottenere il riconoscimento della maternità di Federica anche dopo la sua morte. Assistita pro bono dalle avvocate di Rete Lenford – Avvocatura per i diritti LGBT+, si è rivolta al Tribunale di Trieste, che ha riconosciuto la genitorialità della madre intenzionale deceduta.

La sentenza costituisce un precedente storico: per la prima volta in Italia è stata riconosciuta la maternità post-mortem all’interno di una coppia dello stesso sesso, sulla base della volontà procreativa condivisa. Al centro della decisione ci sono soprattutto l’identità personale e familiare delle bambine e il loro diritto a vedere riconosciuta anche giuridicamente la famiglia nella quale sono cresciute e che hanno sempre vissuto come propria.

Domande Intervista 04/05/26  

 

  1. Lei ha raccontato che il disegno con il doppio cognome di sua figlia è stato un momento di forte impatto emotivo e consapevolezza. In che misura il bisogno di appartenenza espresso dalle sue bambine ha rappresentato la spinta decisiva per intraprendere questo percorso legale in un momento così doloroso? 

 

Non ricordo esattamente se è successo poco prima o contestualmente. Fede era mancata da poco e mia figlia aveva fatto questo disegno. Tra l’altro, non aveva nemmeno messo il cognome per esteso, ma solo puntato. Era la prima volta che succedeva una cosa simile e mi ha fatto molta impressione. Non so spiegare l’impatto che ha avuto su di me. Ha pesato tanto, ha pesato veramente tanto. Da un lato c’era la rabbia verso il sistema. Ad esempio, ero andata al CAF e mi hanno dato delle risposte negative, mentre io davo tutto un po’ per scontato. Come era successo all’ufficio stipendi e pensioni dell’università, dove dovevo fare tutte le pratiche. Lì anche la segretaria aveva dato per scontato che la pensione sarebbe stata integrale. Dall’altro lato, invece, c’era questo gesto di mia figlia: è stato come una sorta di riconoscimento, che andava al di là dell’aspetto economico. Un riconoscimento per Fede e per quello che aveva fatto e che era stato per le bambine. 

 

  1. Nonostante la vostra unione civile e una quotidianità familiare consolidata, la legge vi ha a lungo rese invisibili sul piano burocratico. Che effetto ha avuto, anche psicologicamente, dover dimostrare in tribunale un legame già pienamente riconosciuto nella vita reale?

 

Io non lo volevo nemmeno, neanche quando si è ammalata. Ma, per una questione legata ai diritti, fu proprio lei a dirmi che era arrivato il momento di unirsi civilmente. Stavamo insieme già da tanto tempo, domenica avremmo festeggiato vent’anni. La nostra unione era già solida, a prescindere da quella civile. Per me avrebbe potuto restare tutto così com’era.

Avevamo affrontato spesso, quando era viva, anche se procedere o meno con l’adozione speciale. Anche se ci infastidiva moltissimo dover riconoscere un «qualcosa» che per noi era già uno stato di fatto. Ci seccava persino l’idea di avere in casa gli assistenti sociali e di dover dimostrare loro chissà che cosa. Ne abbiamo parlato parecchio, ma poi lei si è ammalata e le cose non sono continuate.

 

Quale è stato l’iter che avete seguito per il tribunale? 

 

Diciamo che sono stata fortunata, non so se era un segno del destino o cos’altro. Dopo essere stata al CAF, per la domanda, mi avevano detto che non si potevano inserire le bambine in alcun modo, ma, visto che io non mi arrendo, ho chiamato il call center nazionale dell’INPS: mi hanno rimandata all’ufficio di Trieste e, fortunatamente, anche lì ho trovato persone intelligenti allo sportello, che mi hanno confermato che non si potevano inserire le bambine, ma mi hanno anche suggerito di procedere con una causa. Se non ricordo male, mi avevano fatto proprio il nome di Patrizia.

Così ho scritto all’Associazione Famiglie Arcobaleno, alla quale non ero più iscritta, per chiedere se avevano dei consigli da darmi e come regolarmi. È stato così che ho conosciuto Patrizia e altri due o tre avvocati. Oltre a loro, ovviamente, c’era anche l’avvocato di mio cognato, che era stato nominato tutore per le bambine. In verità, non c’era nessuna prospettiva di successo. Patrizia era stata molto chiara. Solo se ci fosse stata una sentenza della Corte Costituzionale per il riconoscimento della madre pensionale.




  1. La sentenza del Tribunale di Trieste fa riferimento a una “volontà procreativa condivisa”. Come descriverebbe il progetto di vita costruito insieme a Federica Fontana a partire dal 2017? 

 

Il nostro era un progetto di famiglia come quello di chiunque altro. Nonostante io non avessi mai sentito il famoso campanello dell’età, che scatta quando decidi di volere un figlio, è stato tutto molto naturale. Non ci vedevo nulla di straordinario, ma forse perché ci ero dentro. Forse per qualcun altro non sarebbe stata la stessa cosa, perché nel 2017 non esistevano nemmeno i moduli con la firma del doppio genitore. Sicuramente è stata una scelta coraggiosa, ma molto naturale. Non ho mai dovuto battere i pugni per far valere questo mio diritto. Mai.

 

  1. Dopo la perdita della sua compagna, si è trovata ad affrontare responsabilità importanti anche dal punto di vista economico e lavorativo. Quanto ha inciso la consapevolezza che, inizialmente, le sue figlie fossero escluse da tutele fondamentali come la pensione di reversibilità o le agevolazioni?

Ero veramente disperata. Questa è una cosa che ha pesato molto. Non ho detto a nessuno nelle interviste precedenti che Fede era rimasta a casa fino alla settimana prima che morisse. Di comune accordo, è andata in hospice perché non riusciva neanche a stare in piedi e non volevamo che la casa si trasformasse in un ospedale agli occhi delle bambine. È rimasta a casa finché ha potuto, ma faceva fatica a parlare e io non sapevo niente. Nemmeno il numero dei conti correnti o a quanto ammontassero i nostri risparmi, che poi non avevamo perché avevamo solo debiti.

Ero disperata. In quei giorni cercavo di capire da lei come e cosa avrei potuto fare.

Questa che vi sto dicendo è una cosa veramente intima. Se ci ripenso, mi dispiace aver trascorso gli ultimi momenti a parlare di queste cose.

Capite bene che, quando è morta, il fattore economico ha pesato moltissimo. Avevo delle vere e proprie voragini da colmare e il mio era un contratto precario. Poi, fortunatamente, tutto si è sistemato, e sono stata molto aiutata e anche questo non l’ho mai detto a nessuno.

Sono stata aiutata dalla scuola di Alice, dove hanno fatto una raccolta fondi aperta non solo ai membri della scuola, ma a chiunque volesse versare una quota. Per me è stato fondamentale. Poi è arrivato un pezzo del TFR e la pensione.

Per avere la pensione totale credo ci vorrà ancora un po’ di tempo. Come per tante altre opportunità, tipo borse di studio per il futuro delle mie figlie. Insomma, tutto quello che spetta loro.

Pure adesso che lo racconto, mi viene da dire che, quando ero in mezzo a tutto quel trambusto, nemmeno me ne rendevo conto.

Quando è uscito quel benedetto comunicato stampa, mi hanno scritto un sacco di persone per ringraziarmi, non solo nella mia situazione, ma anche colleghi, ad esempio. In quel momento buio, questa vittoria mi è sembrata una piccola luce democratica del nostro Paese. Un respiro che ci voleva.

  1. Avete scelto di avviare un’azione di stato”, uno strumento giuridico raramente utilizzato in questo ambito. Che tipo di accoglienza ha trovato presso il Tribunale di Trieste durante questo percorso innovativo?

 

Questo dovreste chiederlo a Patrizia. Devo dire che, per la nomina del tutore legale di Ali, eravamo molto favorevolmente colpite perché era stato accolto uno dei fratelli di Federica, cosa non scontata. Invece, durante la seconda parte, l’udienza è stata complicata.

 

  1. Nella vita quotidiana la vostra genitorialità era riconosciuta senza esitazioni. Perché, a suo avviso, le istituzioni e il legislatore faticano ancora a recepire una realtà che la società civile sembra aver già interiorizzato?

 

Non saprei cosa rispondervi, se non per comodità. Perché non vedo altre ragioni.

Sì, forse ho paura dei voti, non lo so, non lo so veramente, perché non ne farei neanche una questione di Chiesa, del fatto che in Italia abbiamo il Vaticano. Voglio dire, anche la Spagna è un Paese cattolico, ma là non è come qui da noi. Quindi non so veramente cosa rispondere.

 

  1. Questa è la prima sentenza in Italia a riconoscere la maternità post-mortem in una coppia dello stesso sesso. E’ un grande traguardo per la comunità LGBTQIAPK+, come ci si sente rispetto a questo raggiungimento? 

 

Per noi, e penso per l’Italia intera, è un grandissimo traguardo. Per tutta la comunità. E mi sento ancora molto emozionata anche per come poi sono andate avanti tante cose. E felice, molto felice. Per me, per le bambine, per tutti. 

 

  1. Il supporto dell’associazione Rete Lenford è stato determinante. Che consiglio si sente di offrire ad altri genitori intenzionali che oggi temono di non poter garantire piena tutela giuridica ai propri figli?

 

Dipende molto da quali diritti si sentono lesi e quanto sono disposti a mettersi in gioco. E se decidono di farlo, di fidarsi assolutamente dei nostri avvocati. Perché sono una potenza. Sono veramente molto, molto bravi. O io sono stata fortunata. Con tutto quello che ho vissuto, sono ancora qui, anche se poi mi sono ammalata e quindi, quando mi avete chiesto come sto, il mio pensiero è andato subito a questo. Al fatto che mi sento una persona veramente fortunata. Alla fine ho tutto. Pur avendo vissuto un lutto tremendo, la vita mi ha dato tanto. Proprio tanto. Quindi, se uno ci crede veramente nel proprio progetto, se è attaccato alla vita, allora che vada avanti anche con la giurisprudenza. 



  1. Guardando al futuro, quali cambiamenti ritiene necessari a livello legislativo affinché altre famiglie non debbano ricorrere ai tribunali per vedere riconosciuti diritti fondamentali dei propri figli? 

 

Oggi credo che il problema più serio sia per i padri più che per le madri. La strada per loro è tutta in salita. Per le madri, l’unica cosa che mi viene in mente è che, se non dovessimo andare all’estero, sarebbe una gran conquista. E poi c’è anche un’altra ingiustizia: perché devo pagare i farmaci, molti euro anche, e qualcun altro no? 

 

  1. Punto di vista sulle famiglie queer del futuro  

 

Una famiglia queer è una famiglia che si fonda sulla cura, dove non ci sono etichette padre, madre, figlio, figlia, compagno, compagna, amante…quello che conta è prendersi cura con amore e vicendevolmente…ed è questo che mi ha salvato nei giorni più bui.  




Intervista ad Emanuele Murgia il giorno 04/05/26 

Da Linda Mazzolini ed Althea Andreoni 

Revisionato da Anna Driesen




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